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La
lingua napoletana presenta una gran quantità di termini intraducibili. Termini che dunque non possono essere associati direttamente ad un'altra parola, ma hanno bisogno di una spiegazione che talvolta nascondono un significato ancor più profondo e una vera e propria storia. Il napoletano infatti viene identificato spesso non solo come un dialetto, ma anche come una vera e propria lingua.
Esistono dunque alcune parole che in linguistica sono definite
“locuzioni idiomatiche”, conosciute più comunemente come “modi di dire”, che risultano praticamente intraducibili in italiano.
Un primo esempio, forse quello più conosciuto, è quello della
"cazzimma", spiegato da Alessandro Siani con le seguenti parole: "
Nun t’o voglio dicere, chest’è ’a cazzimma!" ovvero: "Non te lo voglio dire, questa è la cazzimma". Ma questo termine viene più professionalmente spiegato dall'Accademia della Crusca come un insieme di atteggiamenti negativi quali: autorità, malvagità, avarizia, pignoleria, grettezza. Anche se in effetti la cazzimma è innanzitutto la ‘furbizia opportunistica’. Colui che tiene la cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé.
Veniamo ora ad un altro termine sicuramente meno conosciuto rispetto alla "cazzimma" ovvero
"o trammamuro". Il “tram-a-muro” nient’altro è che l’ascensore. Il napoletano ha coniato un nome tutto suo per questo particolare impianto. Infatti non prende assolutamente in considerazione l’etimologia latina di “ascendere” che, attraverso il francese ha portato in Italia “l’ascensore”, ma sceglie di ricordarlo per il particolare modo in cui appariva anticamente, quando venne inventato.
Fra i tanti primati propri della napoletanità infatti, c’è anche quello dell’ascensore.
Un primo prototipo, chiamato “sedia volante”, si ebbe a metà Ottocento grazie all’architetto Luigi Vanvitelli.
Installato nella Reggia di Caserta, questo antenato dell’ascensore aveva una particolarità, comune anche fino ad inizi Novecento, ovvero quella di avere al suo interno delle sedie per accomodarsi in attesa della salita: come un vero e proprio tram.
Altre forme esclusivamente napoletane sono le parole come
"coviglia" comunemente conosciuto come "semifreddo", in particolare la
"coviglia al cioccolato" era un dolce molto apprezzato da Giacomo Leopardi.
Avendo menzionato un dolce, focalizziamoci ora sui
localismi gastronomici.
Tipico del dialetto napoletano è il termine
"prussiana". Le prussiane, (note anche come “ventaglietti”), sono dolci, appartenenti alla categoria dei biscotti, di pasta sfoglia addolciti con granellini di zucchero, con origini francesi e”trapiantate” in Campania ma conosciute e vendute in tutta Italia. Il loro nome d’origine è palmiers o coeurs appunto in lingua francese, più nello specifico nella regione Linguadoca dove sono più diffuse, mentre in spagnolo vengono chiamate “orejas” e in inglese “elephant’s ear” oppure “butterflies”.
Poi c'è il termine
"baccalà" che di norma indica il merluzzo secco e salato, ma i napoletani definiscono baccalà anche una persona sciocca.
Altro termine tipicamente napoletano è
"genovese". Si tratta di un tipico piatto napoletano conosciuto come il condimento a base di cipolle e carne per la pasta, nato in ambienti umili. Fu definito il “raguetto” da Ippolito Cavalcanti ne “La Cucina Teorica Pratica” del 1839. La stessa salsa fatta però solo con le cipolle, viene chiamata
"finta genovese", così come per gli spaghetti conditi con aglio e prezzemolo si dicono
"con le vongole fujute" ovvero "con le vongole fuggite".
I napoletani sono molto conosciuti per la loro cucina e in questo contesto non manca mai la fantasia. Anche in cucina così come nella vita i napoletani si "arrangiano" e anche con semplici ed economici ingredienti riescono a preparare piatti gustosissimi.
L'italiano locale poi dà luogo anche alla
ripresa espressiva di voci dialettali. Da
"chiattone" ovvero grasso e
"corto" ovvero basso, fino a
"inguacchio" ovvero "pasticcio". Quest'ultima parola fu usata, in principio per indicare gli sgorbi e le macchie d’inchiostro che venivano fuori dall’impiego dell’inchiostro e del pennino che un tempo imbrattavano i quaderni e i libri delle scuole elementari. Con la nascita della penna biro, a metà degli anni cinquanta, la parola ‘nguacchio venne sostituita da “spirinquacchio“, per indicare non la macchia casuale ma il ghirigoro effettuato per provare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna fosse abbastanza fluido da poterci scrivere. Tale segno ottenuto in forma spiraleggiante venne definito come “spiringuacchio“.
Lo stesso principio vale per il
lessico usato in senso figurato o iperbolico come la parola
"chiavica" per intendere una persona pessima anche se letteralmente vuol dire "fogna".
"Insallanuto" per indicare che una persona è rimbambita anche se letteralmente significa "fuori di senno".
Ancora abbiamo il termine
"intalliarsi" ovvero perdere tempo anche se letteralmente vuol dire "mettere radici", oppure la parola
"meza cazetta" per intendere una persona dappoco.
Altro termine esclusivamente napoletano è
"pezzottato" che vuol dire "fasullo, taroccato, falso" ma questi sinonimi non rendono giustizia al profondo significato di questo termine. Il “pezzotto” va oltre la mera falsificazione perchè è talmente radicato nella nostra lingua da assumere caratteri molto meno seri e truffaldini, fino a sfociare nel quotidiano. Oggi, ad esempio, viene definito “pezzotto” anche qualcosa che non ha un grande valore economico, oppure qualcosa di rotto o difettato.
Ancora, c'è il termine
"vajassa", un vocabolo della lingua napoletana che originariamente ha il significato di "serva" o "domestica". Più recentemente il termine è stato anche usato come sinonimo di donna di bassa condizione civile, sguaiata e volgare, "sbraitante e rissaiola".
Veniamo ora al verbo
"sbariare", usatissimo nella lingua napoletana che significa distrarsi da un impegno gravoso o da una qualsiasi attività, allontanarsi per un attimo da quello che si sta facendo qualora la faccenda si faccia troppo pesante.
Da qui l’espressione
“sbariare cu 'a capa”. È un verbo importante per il napoletano moderno, molto utilizzato. In ancora altre sfumature vuol dire svagarsi e staccare la spina, sempre con l’intento di distogliersi da pensieri assillanti. Sbariare può anche indicare una forma di vaneggiamento, quasi di delirio. Molto probabilmente il verbo trae origine dall’italiano svariare che indica, appunto, il non rimanere fermi su un intento modificandolo in continuazione.
Pino Daniele usa il verbo "sbariare" in una delle sue canzoni più famose ovvero "Yes I know my way":
tu vaje deritto e i’ resto a pere… và tu va tant’io sbareo.
Sbariare è parente prossimo di
“pariare". Il verbo "parià" era in precedenza un termine usato in riferimento alla digestione, ma oggi è un termine usato nel gergo dei più giovani che ha assunto un significato assolutamente nuovo; oggi parià significa divertirsi, perder tempo, comportarsi in modo sciolto, godersi la vita; in alcune accezioni può significare anche: infastidire, sfottere.
Ci sarebbero tantissimi altri termini tipicamente napoletani da menzionare, non a caso esistono molti vocabolari che li riportano; uno degli ultimi realizzati è il
Vocabolario del dialetto napoletano, un’opera-kolossal composta da quattro volumi e tremila pagine edita dall’Accademia della Crusca.
La particolarità di questo vocabolario sta nel fatto che non si tratta di un semplice vocabolario atto a tradurre i termini dal napoletano all’italiano, bensì di un dizionario storico del dialetto napoletano, pensato per raccogliere tutto il lessico partenopeo, dalle cronache del Cinquecento, agli autori del teatro del Settecento o addirittura dei grandi classici come quelli di Basile e Cortese.
L'articolo Da “cazzimma” a “intalliarsi”: le parole intraducibili della lingua napoletana proviene da Vesuvio Live.